domenica 25 novembre 2012

L'universo è donna


"Giornata internazionale sulla violenza contro le donne".
Non esiste giustificazione valida per una violenza, si tratti di un'offesa fisica, psicologica o danno materiale. Non esiste, si tratti dell'oltraggio a una donna, un uomo, un transessuale, un extracomunitario, un invalido, uno spacciatore, un povero, un ricco, un siciliano, una persona normale (?), un cane, un fiore, un pazzo, un popolo, un laico, una moglie, un monumento, un nemico, un amico, un familiare, un collega, un Vip, un barbone, un fratello, una panchina, un nero, un bianco, un orientale, una lesbica, un marito, un medico, un milanese, un lebbroso, un politico, un musulmano, una formica, un autobus, un tossico, un bello, un professore, una rumena, un ignorante, un anziano, un poliziotto, un extraterrestre, un cristiano, un tarantino, un re, un bambino, un prete, un figlio di puttana, una puttana, un tassista, un gay, un mafioso, un tabaccaio, una preda di qualunque caccia. NON ESISTE!
Devo continuare? Potrei chissà per quanto, ma penso sia abbastanza. Penso che sia chiaro che la questione mi sta a cuore, e che ho preso spunto da questa amara (spero utile) ricorrenza per esprimere il mio pensiero a riguardo, estendendolo a tutte le categorie. Non basta una giornata, e non pensiamo solo alle donne: a mio avviso dovrebbero istituire il "Tempo universale sul rispetto dell'esistenza"... Nell'attesa, non posso che ridimensionare nuovamente il concetto, "riducendolo" alla celebrazione di questa giornata, e unendomi al coro di voci che gridano «Forza donne!» Vi amo.

DOC

P.S.: Mi si perdonino le infinite omissioni.

giovedì 22 novembre 2012

Doctor Peter racconta / 4° episodio: La crostata alla ricotta

Gli episodi di questa serie sono autoconclusivi: possono essere letti anche singolarmente, essendo collegati tra loro solo da piccoli spunti o da personaggi già presentati. L'elenco completo delle pubblicazioni si trova in fondo.


Era una bellissima Domenica mattina, bianca di sole. Le donne uscivano dalla cattedrale di San Lorenzo chiacchierando a bassa voce, i mariti le seguivano discutendo di calcio, i figlioli le anticipavano rincorrendosi. Il pomeriggio lo avrebbero trascorso tutti in famiglia: parenti, pranzo, vino, dolci, caffè, giochi per i bambini e partite alla tv per i grandi, nel caratteristico e vivace frastuono di stoviglie, sedie, campanelli, squilli di cellulare, reti segnate e reti mancate.
Mentre percorrevano Corso Vittorio Emanuele per raggiungere le proprie auto e quindi le proprie case, li accarezzava un diffuso profumo dolce e inebriante che proveniva, distinguendosi dagli altri odori di cibo, dal balcone di un appartamento affacciato su una delle traverse. Nella cucina di quell'appartamento la signora Adele, una placida vedova di 78 anni, aveva da poco sfornato due crostate: una alle mele e una alla ricotta. La sua specialità erano i biscotti alle mandorle, ma nei giorni di festa le piaceva superarsi con torte e crostate. Quella mattina si era alzata presto, era andata alla prima funzione, e una volta rientrata si era messa subito ai fornelli per riprendere la preparazione del pranzo avviata la sera prima.
Ora era tutto pronto, mancavano solo i commensali. Nell'attesa andò nel soggiorno, si adagiò sulla poltrona in vimini, accese la tv e cominciò ad aggiungere un po' di punti alla sciarpa da regalare a Umberto, il figlio grande. Poco dopo, le mani ferme sulle ginocchia e la testa appoggiata di lato sul piccolo cuscino di velluto bordeaux: si era assopita guardando un noioso documentario sui granchi e sulle stelle marine.
Quando suonò il campanello, ripose i ferri e andò ad aprire. Non credeva ai suoi occhi, che presto cedettero alle lacrime: sulla soglia, proprio davanti a lei, c'era Vito.
O meglio Vituzzu, come lo chiamava lei, il compianto marito. Elegante come era sempre stato, abbracciò la moglie, spaesata da un turbine di emozioni troppo difficili da controllare. «Si, io ci sono, ci sono sempre stato, e non ti abbandonerò mai».
La felicità di Adele nel ritrovare il suo grande amore fu tale da cancellare ogni domanda. «Siedi, Vituzzu, adesso arrivano gli altri». «Grazie, Adelina, ma posso restare solo pochi minuti...» «Tieni, prendi almeno un pezzo di crostata. E' quella alla ricotta, che ti piaceva tanto». Mentre lui assaporava quel dolce, lei lo fissava con occhi lucidi di affetto e incredulità. Restarono ancora un po' insieme, tenendosi le mani e scambiandosi teneri sguardi colmi di sentimento.
«Ora devo andare, Adelina, ma la prossima volta avremo tutto il tempo...»
Quando suonò il campanello, Adele ripose i ferri e andò ad aprire. La nipotina le saltò in braccio, seguita dal nipote più grande che le diede un bacio, e via via la casa si animò dei parenti giunti per il consueto pranzo domenicale.
Lei non parlò di quanto le era accaduto, l'avrebbero presa per matta. Arrivato il momento del dolce, tirò fuori dal forno la crostata di mele, quindi la crostata alla ricotta alla quale mancava una piccola fetta. «Scusate» - disse ai suoi ospiti - «dovevo essere certa che fosse buona».

lunedì 12 novembre 2012

Planetario (tragedia)



Verrà un tempo in cui la Terra, stanca di fare girotondo, si scontrerà con la Luna, distruggendola. E poi continuerà a vagare nello spazio ignoto, scansando gli altri pianeti per rispetto. Prima, però, renderà grazie al Sole: lui e il suo Sistema gli avevano sempre voluto un gran bene, e certe cose non si dimenticano.
Nel periodo che seguirà, buio di noia e solitudine, ogni tanto infilerà una Chesterfield nel Vesuvio, farà di una piccola stella la sua fiamma e fumerà, immaginando un futuro qualunque.
Marte, approfittando del trambusto, si proietterà anch'esso verso l'infinito, seguito dai due satelliti: innamorato della vicina Terra ormai da tempo, vorrà raggiungerla, ma otterrà soltanto di perdersi nella notte cosmica.
Giove e Saturno, i pianeti maggiori, ingaggeranno una lotta per conquistare Venere, l'unica femmina rimasta nella comitiva; lo scontro annullerà le loro masse, trasformandole in polvere di stelle.
Dei trentatrè satelliti orfani se ne occuperà il Sole, chiamandoli a sè e incendiandoli.
Stessa sorte subirà Mercurio, nell'intento di strappare i piccoli orfanelli al loro triste ma inevitabile destino. Del suo eroico gesto, peraltro, nessuno conserverà memoria.
Plutone, piccolo pianeta dell'orbita più esterna, per effetto del caos sopravvenuto, verrà scagliato fuori dalla scena ad un'accelerazione tale da sciogliersi in una piega spazio-temporale. La sua unica luna, veloce come un proiettile, trafiggerà il cuore di Venere.
Urano e Nettuno riusciranno a fuggire, ma solo per naufragare in un racconto che non esiste. I loro satelliti (in tutto sette) saranno colonizzati da bellicose razze aliene.
A quel punto il Sole, in assenza di corpi celesti da dover riscaldare, spegnerà la luce. E potrà finalmente concedersi un lungo sonno, e finalmente sognare.

DOC

lunedì 5 novembre 2012

Doctor Peter racconta / 3° episodio: Umberto e Mounir

Gli episodi di questa serie sono autoconclusivi: possono essere letti anche singolarmente, essendo collegati tra loro solo da piccoli spunti o da personaggi già presentati. L'elenco completo delle pubblicazioni si trova in fondo.


«Accidenti, devo aver bevuto troppo, ieri sera». Diede un'occhiata fuori, quindi rientrò. Tornando nel retrobottega, mentre si stropicciava gli occhi pensava: «Due bambine con dei libri in mano, a quest'ora, sulla provinciale? Naa, sto ancora sognando. Eppure son sicuro di aver sentito bussare...»
Umberto, celibe, 48 anni compiuti il giorno prima, gestiva una stazione di servizio vicino Genova, dove possedeva un piccolo appartamento, ma spesso preferiva restare a dormire lì, nel retro del suo locale.
Mancava più di un'ora all'apertura del distributore e lui, ormai sveglio, aveva tutto il tempo per prepararsi la colazione. Ciononostante... «Uffa! Stamani non gira. Dove caspita sono finiti i biscotti?» Si riferiva ai dolcetti alle mandorle che la madre gli aveva spedito da Trapani: erano la sua passione fin da piccolo, e come li faceva lei non li faceva nessuno.
«CLONK!» Un rumore sordo. «Chi va là?» Da dietro il frigorifero, rotolando sul pavimento, spuntò fuori il barattolo del miele. Umberto, tremando, prese un vecchio bastone che teneva lì per precauzione ma che fino ad allora non aveva mai usato. Si avvicinò lentamente al frigo. «Vieni fuori, piccolo bastardo». Accovacciato e terrorizzato, un ragazzino dalla pelle olivastra lo fissava con gli occhi lucidi. «Scusa... Io non... Ahi!» Lo tirò su da un orecchio e lo bloccò contro la parete. «Che diavolo ci facevi lì dietro, eh? Mangiavi i miei biscotti, volevi rubare, eh?» «Scusa signore, non volevo... Non picchiare me, signore». «Ecco chi è che mi ha svegliato! Ma io ti conosco, sai? Tu sei quel ragazzetto che lava i vetri alle macchine, giù al semaforo. Dove sono i tuoi genitori?» «Io... non genitori». «Come sarebbe a dire? E quelli che ti accompagnano ogni mattina al semaforo?» «Loro non genitori. Loro... lasciato me. Io non bravo a fare soldi». «Ah, e così volevi rubarli a me, eh? Ma t'insegno io... Tira fuori tutto quello che hai in tasca!» Il bambino posò sul tavolo due biscotti (gli ultimi), alcune gomme da masticare, un temperino e tre Euro. Lui lo prese dal colletto e lo spinse verso la porta. «Adesso fuori di qui, e ringrazia che non ho chiamato la polizia. Non ti permettere mai più, hai capito?» Il ragazzino corse via a gambe levate.
Mentre preparava la colazione, Umberto rimuginò sull'accaduto, fissando ciò che il bambino aveva lasciato sul tavolo. Gli restava ancora un po' di tempo... Bevve l'ultimo sorso di caffè, prese le chiavi del furgone e uscì. Si diresse verso il semaforo. Il ragazzino straniero era seduto sul marciapiede, con la testa tra le mani. Lui gli si avvicinò e abbassò il finestrino. «Ehi tu, vieni un po' qui». «Scusa signore. Io chiesto scusa». «Vieni qui ho detto. Dietro c'è una spugna e del detersivo. Lavami il parabrezza». «Io... va bene signore». Poco dopo quel vetro brillava come un diamante.
«Monta su». «Cosa dici signore?» «Sali, ho detto». Mise in moto e fece inversione di marcia. «Li lavi proprio bene i vetri, sai?» «Grazie signore. Io ho fame, signore». «Ti piacerebbe lavorare con me?» «Io... va bene signore». «Facciamo così: stamattina ti metto alla prova, e se ti comporti bene potrai restare». Il volto del bambino si accese con un sorriso. «Va bene, va bene. Tu sei buono, signore». «Non chiamarmi signore, chiamami Umberto, okay?» «Okay, signore».
Quella mattina il ragazzino diede il meglio di sè. Umberto non potè comunque assumerlo, perchè non era maggiorenne. Ma si era affezionato al piccolo Mounir (era il suo nome, tunisino) al punto che in seguito avviò le pratiche per l'adozione. Oggi Umberto e Mounir vivono, lavorano e si divertono insieme, e ogni mattina condividono la colazione, soprattutto quei dolcetti alle mandorle che gli piacciono tanto e che li mettono di buon umore.