mercoledì 21 dicembre 2011

La rivincita delle nespole


Atto I - "UNO"

«Pst! ...Sta per suonare la campanella».
«Grazie al Cielo, non l'avrei sopportato un minuto di più...»

- DRIIIIIINN!!!
«Fermi! Dove andate? Seduti, subito! ...De Rossi, vuole ricordare ai suoi compagni i compiti assegnati per la prossima lezione? Temo che li abbiano già scordati, e mi spiacerebbe dovergli segnare un altro 3 per scarsa attenzione».
Guance imporporate e occhi bassi, Giulietta De Rossi, l'unica che fino a quel momento era riuscita a mantenere una media sufficiente, elencò a memoria quanto aveva segnato sul diario, con un tono solenne da Padre Nostro. Quando la fanciulla ebbe terminato, il prof. Pingozzi mantenne ancora per un po' il suo sguardo severo sugli alunni, quindi riprese: «Ci vediamo giovedì per l'interrogazione... Ora uscite uno alla volta, chè neanche le capre si comportano come voi». Detto ciò, raccolse le sue cose nella ventiquattrore e si diresse anch'egli verso l'uscita.
Quarantadue anni, venti da professore di Italiano alle scuole medie, per i suoi spostamenti Carlo (era il suo nome) si serviva dell'autobus. Sebbene non amasse il contatto ravvicinato con gli estranei, vi era costretto: più di una volta, infatti, la sua indole turbolenta gli aveva procurato guai seri durante la guida dell'auto nelle ore di punta. L'ultimo episodio, in ordine di tempo, lo vide protagonista di una sfuriata ai limiti della decenza, che coinvolse un anziano automobilista e addirittura una vigilessa. Ne risultò una pesante multa e la sua decisione estrema di usare l'auto solo fuori città, "dove quei vecchi rammolliti difficilmente si avventurano".
Eh, già: non si poteva certo dire che la sua opinione verso gli esponenti della terza età fosse proprio clemente. Per lui erano solo "un peso per la società", oltre che "causa di tutti i mali dell'era moderna". Per dirla tutta, quello non era il suo unico problema, nei rapporti con gli altri... Le nuove generazioni non godevano di migliore considerazione, a partire dai suoi alunni, che giudicava "brufolosi perditempo senza midollo". Ma se viveva da solo ed aveva una vita sociale praticamente nulla, lo doveva alla sua ritrosia verso i coetanei: vecchi amici, parenti, colleghi o conoscenti che fossero, li trovava sempre troppo "infantili e bamboccioni", oppure, al contrario, assolutamente "noiosi e stereotipati".
Sceso dal bus, gli bastò attraversare la strada per trovarsi ai piedi del palazzo che ospitava il suo appartamento, situato proprio di fronte alla fermata. Davanti al portone la signora Amelia, anziana inquilina del terzo piano, si accingeva a raccogliere una moltitudine di nespole che si erano sparse sul selciato, perchè le si era rotto il sacchetto che le conteneva.
«Giovanotto, me la darebbe una mano?» disse la vecchietta, rivolgendosi a Carlo.
«Spiacente, non ne ho il tempo, signora» rispose lui, aggiungendo, a bassa voce, «Non mi mantengo mica con la pensione minima, io...»

Atto II - "NESSUNO"

Se avesse pranzato con due minuti di ritardo, la scaletta della sua giornata non ne avrebbe di certo sofferto; ma che ci volete fare, era fatto così: la sua buona azione quotidiana l'aveva già fatta prestando attenzione a non calpestare le nespole...
Dopo un pasto precotto della durata di un Tg, il resto della giornata lo vide impegnato nella correzione dei compiti (a Giulietta toccò un sei-meno-meno, per via di un apostrofo, anzi, un'apostrofo di troppo) e nella stesura di una relazione per la quale ad un suo collega sarebbero bastate tre pagine, anzichè le sue nove. Poco dopo, mentre stirava il completo che avrebbe indossato l'indomani, fu interrotto dallo squillo del telefono. Lasciò il ferro nella giusta posizione, e andò a rispondere. Avevano sbagliato numero.
Seguì una cena in verità un po' anticipata, ma lui, quella sera, non desiderava altro che andarsene a dormire. Alle 22,05 prese a leggere il libro che aveva sul comodino, alle 22,15 lo ripose, si tolse le lenti e spense l'abat-jour. Dopo la mezzanotte si alzò un paio di volte, la prima per spegnere l'arsura (effetto da insalata messicana in scatola), la seconda per mandar giù un sonnifero.
Mattino del giorno dopo: dal suo pianerottolo del quarto piano, Carlo dovette scendere a piedi, perchè l'ascensore era in manutenzione. Al secondo piano e mezzo sorpassò, non senza difficoltà, la signora Amelia che avanzava centralmente... Preferì il ribrezzo del contatto fisico con l'anziana donna all'attesa del suo lento incedere. Una volta fuori, raggiunse la fermata del bus a testa bassa: non guardava mai le persone in viso, per la strada, a meno che non vi fosse un motivo preciso; ma quando entrava nell'autobus, era sovente "scattare un'istantanea" dell'interno per potersi poi posizionare, con disinvolta indifferenza, nell'angolo in cui si sarebbe sentito meno a disagio.

Atto III - "CENTOMILA"

Carlo mostrò la tessera regolarmente rinnovata all'autista, e notò che non si trattava del solito ragazzotto con gli occhiali da sole; in più, nel suo profilo, avvertì qualcosa di familiare... Rivolse poi lo sguardo verso gli altri passeggeri, ma questa volta non riuscì a distoglierlo in fretta come sempre. Più li fissava e più si rifiutava di credere alle sue pupille: i loro volti... erano assolutamente identici tra loro. Non faceva differenza che fossero diversi per età, sesso e corporatura: avevano tutti la stessa faccia. Per la precisione, la sua.
Si scosse e si voltò, coprendosi il viso con le mani: una reazione del tutto spontanea e giustificata, per un fenomeno così spiazzante. E dovette fare affidamento su tutta la razionalità che era riuscito a trattenere, pochi istanti dopo, quando si sforzò di riaprire gli occhi... L'esterno, aldilà del parabrezza, si traduceva in un confortante rifugio per il suo sguardo, ovvero per la sua stabilità mentale. Ma il vociare dei cloni, alle sue spalle, continuava a terrorizzarlo, e sapeva di non poter rimanere per sempre congelato in quella posizione. Una rapida occhiata allo specchietto retrovisore gli fu fatale: il suo volto, riflesso in primo piano, era incorniciato da un groviglio di repliche sullo sfondo.
«Signore, si sente bene?» - gli chiese l'autista, preoccupato. Lui lo guardò con occhi da pazzo: era come guardarsi ad uno specchio che non fosse sincronizzato. Lanciò un urletto e, approfittando della prima fermata, si scaraventò sul marciapiede con tale veemenza che si ritrovò in ginocchio.
Mentre l'autobus riprendeva la marcia dietro la sua schiena, un nuovo orrore sfilava proprio davanti ai suoi occhi. Un carrozzino, spinto da una madre faccia-di-Carlo, ospitava un neonato col volto da quarantenne, ancora il suo.
Scattò in piedi, e con le gambe che a malapena lo reggevano, si lanciò in una folle corsa.

Atto IV - "LA CAUSA"

Con la mente ottenebrata da pensieri scomposti, il cuore in mano e la testa bassa per evitare altre sorprese, Carlo correva all'impazzata nell'urgenza di tornare a rinchiudersi nell'appartamento, dove avrebbe potuto ristabilirsi e cercare di venire a capo di quanto gli stava accadendo. Un isolato prima del suo, però, il professore, sfinito, si imbattè nel postino, a cui ricambiò distrattamente il saluto. In quell'istante, lo volle inconsciamente osservare in pieno volto: in cuor suo, sperava che avesse mantenuto le fattezze originali, ma dovette riscontrare, come un colpo di grazia inferto, che quell'incubo ad occhi aperti non era ancora terminato. Ne risultò la convinzione che in casa si sarebbe sentito imprigionato per sempre...
Il "piano B" che si affrettò a formulare lo portò a scegliere il cortile, piuttosto che il portone del palazzo, perchè lì avrebbe potuto approfittare dell'automobile, come rifugio ma soprattutto come mezzo per poter fuggire. Alla vista della sua Ford, mise subito le mani nelle tasche del soprabito alla ricerca della chiave, ma non riuscì a trovarla. «Calma» - si disse, impegnandosi poi in una ricerca più approfondita e metodica. Da ultimo, tirò fuori quello che avrebbe dovuto corrispondere al suo fazzoletto... lo agitò, ma anzichè la chiave, ne sortì uno sbuffo di erbe profumate che si perse nel vento. Così si soffermò ad osservare quel quadrato di seta che si ritrovava tra le mani, in particolare un simbolo rosa ricamato nell'angolo, composto da due iniziali intrecciate: la "A" e la "M". In quel momento si sentì sfiorare un fianco...
«Giovanotto, per caso cercava la chiave?» Era la signora Amelia, col suo solito sorriso innocente.
«Aaaah!» urlò Carlo, sobbalzando per lo spavento, ma poi riprese: «...Ah! Ehm! E'... E' lei, signora... Ma il suo volto... Cioè... la mia chiave...»
«L'ho trovata sulle scale stamattina, signor Pingozzi» disse la donna, e aggiunse «Dev'esserle caduta quando ci siamo scontrati. Se me ne avesse dato il tempo, gliel'avrei data anche subito... Ma cos'ha il mio volto che non va? Piuttosto lei... Si riguardi, è così pallido. Se vuole le dò il numero del mio dottore: è un vero mago, sa? Pensi che...»
«Mi scusi, signora, la ringrazio profondamente, ma vado davvero di fretta, questa volta» la interruppe Carlo.
«Capisco... Beata gioventù, sempre di fretta. Venga su, che le dò la chiave. E il numero del dottore» rispose la signora Amelia.
Poco dopo, Carlo si trovava sul pianerottolo del terzo piano, con un numero di telefono nella mano destra, e la chiave della Ford nella sinistra. Non utilizzò nè l'uno nè l'altra: decise di rincasare, non se la sentiva proprio di affrontare nuovamente il mondo esterno. Esausto e psicologicamente distrutto, cominciò a salire i gradini lentamente, lasciandosi alle spalle la porta dell'appartamento della signora Amelia.
Su quella porta, una piccola targa in ottone annerita dal tempo riportava la dicitura: «Amelia Morgante, maga e chiromante».

Atto V - "L'EFFETTO"

La signora Amelia, dopo l'ennesimo atteggiamento sgarbato di Carlo (quello relativo alle nespole), aveva "tramato" alle sue spalle. Quella mattina, aveva favorito l'incontro-scontro col professore per giocargli uno scherzetto: con un'abile mossa aveva infilato una mano nella tasca del suo soprabito, e sostituito la chiave dell'auto con un intruglio d'erbe di sua preparazione, appositamente confezionato perchè generasse un preciso influsso sul suo possessore.
Carlo non ebbe mai modo di sospettare nulla: una volta rientrato, quel giorno si stese sul letto, e dormì profondamente fino al tramonto. Quando si svegliò, sperava davvero di aver sognato... Si affacciò alla finestra, ma era troppo buio per verificare se il mondo fosse ancora invaso dalle sue copie. Il biglietto col numero di telefono, in bella vista sul tavolo del soggiorno, lo riportò alla realtà. Ma di quale realtà si trattava? Perso per perso, decise di telefonare a quel dottore. Prese un appuntamento, dopodichè si infilò sotto la doccia, vi rimase fino a farsi gonfiare le labbra e dita, per poi abbandonarsi alla solita cena improvvisata e indigesta. Prima di tornare a dormire, predispose la ventiquattrore per il giorno dopo, nella ricerca di una stabilità perduta, e per la notte si affidò a un paio di sonniferi.
Dal giorno seguente in poi, la vita di Carlo tornò alla normalità, gradualmente ad una normalità che non aveva mai sperimentato, in cui non era mai riuscito ad identificarsi e che di conseguenza non poteva concepire negli altri. Il suo eccesso di superbia lo aveva ingabbiato, e lui non se ne sarebbe mai reso conto, se non fosse stato per... la signora Amelia, che gli fornì "la chiave", ed il dottore, davvero un buon analista, che seppe andare ben oltre la sua urgenza di recuperare un equilibrio psicologico.
- DRIIIIIINN!!!
«Fermi! Dove andate? Seduti, subito! ...Giulietta, passeresti per cortesia questi inviti ai tuoi compagni? Mio nipote dà una festa all'aperto, sabato prossimo, e siete tutti invitati. Ma fate attenzione, perchè sarà Carnevale, e come ben sapete, a Carnevale ogni scherzo vale». Poco dopo, all'uscita, Carlo notò che un alunno di un'altra classe era rimasto da solo, seduto sul muretto. «Fabrizio... Ti chiami Fabrizio, vero? Che succede, tua madre non viene a prenderti?» gli chiese il professore, preoccupato. Fabrizio rispose che la madre aveva avuto un contrattempo, e che sarebbe arrivata appena si fosse liberata. «Monta su, so dove abiti. Le automobili le hanno inventate apposta, sai?» propose Carlo, ed il ragazzo, sorridente, salì sull'auto. Stava per mettere in moto, quando vide avanzare una vecchietta con le borse della spesa.
«Signora Amelia, non vorrà mica prendere l'autobus, con tutta quella frutta? Venga, l'accompagno io», esordì fiero di sè, e la donna non si fece pregare. Durante il tragitto, abbassò il volume dello stereo che suonava "The Wall" per prendere una telefonata: «Ciao cuore. ...Sì, scusa tesoro, tarderò un po'. Cominciate pure con gli aperitivi, gli ospiti hanno la precedenza assoluta».

DOC

4 commenti:

Vele Ivy ha detto...

Ho aspettato di avere il tempo necessario per leggere questo racconto... ed ero sicura che sarebbe stato delizioso. La signora Amelia è veramente irresistibile, mi piace come riesci a caratterizzare un personaggio con poche pennellate.
Bella la morale: ognuno è speciale, sarebbe una noia se fossimo tutti uguali! I colori della vita sono dati proprio da queste diversità :-)

DOC ha detto...

@Vele - Questa tua incursione/recensione mi ha riempito di gioia: temevo che le nespole potessero risultare disgustose. Grazie, Vele, e ancora buon anno.

Mari da solcare ha detto...

Purtroppo nella vita reale non tutti, come Carlo, hanno la fortuna di incontrare una maga buona, vicina di casa per giunta, e un analista efficace...
Grazie per il racconto: ben scritto e a lieto fine.

DOC ha detto...

@Maruzza - Ti auguro di incontrare sempre il personaggio giusto al momento giusto. Grazie a te per la visita, e buona giornata.