domenica 19 giugno 2011

Doctor Peter racconta / 11° episodio:
Il passero socialitario

Gli episodi di questa serie sono autoconclusivi: possono essere letti anche singolarmente, essendo collegati tra loro solo da piccoli spunti o da personaggi già presentati. L'elenco completo delle pubblicazioni si trova in fondo.


Nel suo primo tentativo si era semplicemente abbandonato alla forza di gravità lanciandosi nel vuoto, affidando al destino il suo destino. «Se Madre Natura ha dotato di ali un piccolo passerotto - si era detto - queste di sicuro non l'avrebbero mai delusa». E andò proprio così: pochi battiti gli consentirono di rallentare la caduta e frenarla per raggiungere un ramo più basso. Certo, la tecnica del decollo, la capacità di restare in aria più a lungo e la presa delle zampe in fase di atterraggio erano ancora tutte da affinare, ma quel giorno, superata la paura dettata dall'inesperienza, potè dire a se stesso con assoluta fierezza di aver imparato a volare.
Tempo dopo, quando ormai aveva fatto della capacità di librarsi una vera e propria arte, decise di stabilirsi nel verde di un tranquillo parco cittadino poco distante dal luogo che l'aveva visto spiccare il primo volo. Lì il suo passatempo preferito era soffermarsi ad osservare gli esseri umani dall'alto degli alberi, e spesso azzardava anche un contatto, perchè la loro singolare varietà lo aveva sempre incuriosito. Si chiedeva come potessero essere così diversi l'uno dall'altro per fattezze e personalità, pur appartenendo alla stessa specie, e si divertiva a scoprire le particolarità di ciascuno.
Il fatto che non tutti si mostrassero disposti al "dialogo" non lo scoraggiava affatto: il desiderio di esplorare, sondare, capire l'universo umano valeva anche il rischio di essere cacciato via. Una mattina fu preso di mira da una banda di teppistelli con le loro fionde... Quella volta sperimentò sul proprio piumaggio che alcuni individui possono essere malati di stupidità, e ne trasse insegnamento. Dopo quell'episodio, infatti, ogni volta che si proponeva di tentare un nuovo approccio, prima analizzava il soggetto a distanza, quindi, se giudicava che non c'era troppo da fidarsene, spostava l'attenzione su di un'altra persona. Per la sua voglia comunicativa trovò terreno fertile tra gli abitudinari che frequentavano quei giardinetti... c'era chi addirittura soleva trattenersi proprio per dare cibo agli uccellini.
La signora June rientrava in questa categoria. Quarantasei anni, segretaria, divorziata da un vigile urbano tre anni più grande di lei, madre di un bravo architetto. Ogni giorno, dopo pranzo, faceva una salutare passeggiata fino al parco, che si trovava a pochi isolati dalla sua abitazione. A quell'ora si godeva di una certa tranquillità, c'era poca gente, e lei poteva concentrarsi sulla lettura. Una volta raggiunta la sua panchina preferita, situata all'ombra di un grande platano, si sedeva ed estraeva metodicamente dalla borsa il suo libro, una bottiglietta, e un fagottino di carta contenente semi di girasole che spargeva sul vialetto davanti a sè. Quindi beveva un sorso d'acqua e si dedicava alla lettura del suo romanzo rosa, concedendosi ogni tanto una pausa per osservare gli uccellini che nel frattempo si riunivano per il banchetto.
Tra questi un passerotto di nostra conoscenza, che tra una beccata e l'altra la osservava. Aveva imparato a distinguere gli sguardi degli umani, e in quello della signora June vi leggeva una punta di tristezza, molto simile a quella che permeava gli occhi del signor Benway, che ogni pomeriggio sedeva due panchine più in là, sul lato opposto. Cinquantatre anni, impiegato, celibe, quando arrivava al parco inforcava le lenti da lettura e cominciava a digitare qualcosa sul suo palmare, perlopiù appunti di lavoro.
Un giorno il passerotto decise di fare un esperimento. Quando arrivò la signora June e sparse il becchime, lui scese dall'albero e volò sulla sua panchina. Quindi tornò giù, ma anzichè unirsi agli altri per mangiare, si mise in disparte saltellando e cinguettando buffamente. Lei ad un certo punto alzò lo sguardo dal libro, e notò questo uccellino che sembrava avere dei problemi. Prese il sacchetto con i semi rimasti, si alzò dalla panchina e si diresse verso di lui. Ma il passerotto, quando lei gli fu abbastanza vicino, si allontanò ancora, costringendola a fare altri passi. Saltellando lui, camminando lei, arrivarono proprio davanti al signor Benway, che già da un po' li stava osservando. Lì il passerotto si fermò, e lei potè gettargli alcuni semi che l'uccellino prese a beccare senza più sollevare lo sguardo. Intanto il signor Benway augurò a June una buona giornata e lei gli rispose altrettanto garbatamente, poi accennò qualcosa relativamente al bel tempo, lei lo seguì e dopo le presentazioni, recuperata la borsa, accettò l'invito a sedersi accanto a lui. Intavolarono una bella chiacchierata a due che durò circa mezz'ora, poi si strinsero la mano e si salutarono.
Il passerotto li guardava da un ramo vicino, e mentre si congedavano potè notare che il loro sguardo si era leggermente illuminato. Che il suo giochetto aveva funzionato ne ebbe conferma i giorni seguenti, perchè da allora la signora June ed il signor Benway sedevano sulla stessa panchina, e dopo alcuni giorni li vide arrivare insieme tenendosi per mano. La soddisfazione di quel successo fu tale da spingerlo a ripetere la sua tecnica con altre persone, attirando prima l'attenzione su di sè, e poi improvvisando qualcosa che facesse muovere la sua "preda". La settimana successiva toccò alla signorina Evans e al giovane Moore, poi fu la volta della signora Collins e del signor Wilson, e così via. Raramente il suo trucchetto falliva: certo, non sempre sbocciavano grandi amori, ma di sicuro germogliavano nuove amicizie, anche tra persone di sesso comune. Questa sua insolita passione, inoltre, lo faceva sentire così appagato e orgoglioso di sè al punto che trovò finalmente il coraggio di dichiarare il suo affetto alla bella uccellina che da tempo gli aveva rapito il cuore. In primavera, sopra un albero, quattro uova in un piccolo nido si schiuderanno l'una dopo l'altra sotto lo sguardo amorevole dei due passerotti.

martedì 7 giugno 2011

Lapsus memories



Il mio nome è Felice Refuso, ma tutti mi chiamano affettuosamente Lapsus, da quando ho compiuto il nonno anno di vita. Fu mio nonno, Fausto Refuso, a darmi questo grazioso comignolo, quando recintai "Il passero solitario". Già, perchè nella mia famiglia era buona tegola far ripetere una poesiola ai bambini prima di spegnere le candeline sulla loro porta di compleanno. Quel giorno però sbadigliai una parola, dissi "vomito" anzichè "romito", e a pausa di quel singolo errore fui ribattezzato col soprannome di cui copra.
Ricordo invece con grande giacere che quella gattina mi svegliai col cuore fieno di allergia: mio padre aveva infatti promesso di tortarmi a vedere le acrobazie degli aerei in molo, sapete, quelli che molteggiano in cielo tetti allineati... credo che si chiamino "Trecce fricolori"... Comunque sia, fu uno spentacolo teraviglioso, certe molte smembrava proprio che stessero per scontrarsi, e invece s'infrecciavano tra di loro senza sfiorirsi. C'era anche la mamma, ricordo che mi comprò un sacchetto di caravelle e un talloncino arancione, ma questo mi sfuggì di nano, così lo seguii con gli orchi finchè si prese tre bianche nuvole.
Tornammo a casa sorrilenti, pranzammo, e dopo l'ultima fetta di morta svenne il momento dei regali. Scartai il primo (nel senso che lo liberai dalla carta, e non che lo misi da parte: ci tengo ad essere preciso con le parole, e in questo caso c'era il rischio che venissero travasate), si grattava di un classico gioco da cavolo, il Monocoli. Seguirono un cremino elettrico, una mappa da baseball, un litro di favole, una renna stilografica, ma il più bullo di tutti fu l'urologio subacqueo da parto di mio madre.
Giocai fino al color del sale, poi ci riunimmo interno al tavolo per cena, e quando andai a dormire ero così sonnisfatto che feci un succo di bei sogni.
Tutto gommato ho avuto un'infanzia fenice, l'affitto dei genitopi non mi è mai mancato, e a colori che non hanno avuto altrottanta fortuna medicherò le mie preghiere della sera.
Oggi compio sestant'anni, ma ribordo ancora alla perfezione quello che è stato il più gel compleanno della mia gita. Tra l'altro, anche questa tolta mi è andata cenone, e ho riceduto tanti bei regali: un completo gialla e pantaloni di naso nero, camicia di seta color fuco di lontra, tintura in pelle marrone, quanti e scarpa di lana per quando viene l'inferno, e per finire una bella pupa in radica di noce.

DOC