lunedì 16 maggio 2011

Schiena per mantello,
cervello per cappello



Le risposte che cerchiamo si nascondono nei buchi del nostro corpo. I nei separano le orizzontali dalle verticali.

L'odio l'ho starnutito da piccolo, spero non abbia contagiato nessuno con la sua stupidità.

Una faccia, quattro sensi: per coordinarli ci vuole tatto.

Le orecchie? Valvole: una soffre d'amore, l'altra di gelosia. Otite bilaterale, conseguenza di un tuffo coraggioso. Ben mi sta.

Se i dàini usassero la nostra pelle per i loro parabrezza, i vetri si sporcherebbero di più.

Sarei niente senza il niente che mi sta accanto. Nessuno muore mai, o è troppo lontano.

L'uomo cybernetico lo riconosceremo per la totale assenza di ghiandole.

L'amaro delle lacrime è il primo sapore che scopriamo, assieme al dolce del latte.

Non serve un genio dell'economia per capire che l'andamento delle borse (sotto gli occhi) dipenderà dagli investimenti in Bot(ulino).

Indipendentemente dal sesso che ci contraddistingue proveniamo tutti da un ventre femminile. La nostra stella è un ombelico.

C'è un'infinità di esseri simili a noi che scansiamo solo per proteggerci, in base alla prima impressione che ci facciamo (e non "che ci fanno"). Mondi perduti. La fine prima del principio.

Un passo, due, tre. Che tempo fa? Le nuvole si spostano, cancellano il cielo, lo dipingono. Quattro, cinque... Sei. Il mondo appiccicato alle suole. Mi tolgo le scarpe, il terreno sotto di me è caldo. I jeans hanno voglia di correre. La consistenza della materia non mi preoccupa, mi lancio. Sempre più veloce. Le gambe non bastano. Uso zampe anteriori. Peter Panther sfreccia nella notte, divora distanze, abbandona il terreno per evolversi in qualcos'altro, che di terreno ha poco. Il suo volo è breve, ma raggiunto, ottenuto, forse addirittura realizzato.

«Amore, mi manchi un casino» disse Adamo ad Eva, privato di una costola.

Due sopraccigli, due occhi, due cornee, due iridi, due pupille, due zigomi, due guance, due orecchie, due lobi, due narici, due clavicole, due capezzoli, due polmoni, due spalle, due scapole, due braccia, due gomiti, due polsi, due mani, due gambe, due cosce, due ginocchia, due polpacci, due caviglie, due piedi... Due palle!!! (E neanche due ali).

Abbraccio il mondo, e le mie mani si toccano per quanto è piccolo. Un pallone da spiaggia. Galleggia lieve nell'aria, e mentre gira mi mostra tutti i suoi colori. Te lo passo. Prendilo.

Quel pomeriggio uscii dal barbiere con dieci anni di capelli in meno. Chiudendomi la porta alle spalle volsi meccanicamente lo sguardo al pavimento: «Resta una parte di me, quella più vicina al nulla»*.

Perchè sei così lontana, Luna? Ti guardo e mi susciti tensioni verticali... Allungo anche le braccia, ma il sogno comincia dove finiscono le mie dita. Ti amo.

Tre gattini, uno nero, un altro pezzato e il terzo. Non hanno niente da mangiare, ma hanno l'universo dentro. Io non sono capace di fare le fusa per chiedergliene un pezzetto. Sono troppo orgoglioso. Allora mi chiedo quanto ci sia di umano in questo essere umano, e intanto mi sforzo di nutrirli nella speranza che mettano una buona parola per me, lassù.

Forse non mi sono spiegato bene: non è infilandoti le dita nel naso che troverai le tue risposte.


DOC


(*) Dal brano "Resta" dei Litfiba, 1987.

3 commenti:

Giuseppe ha detto...

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Mari da solcare ha detto...

Ha ragione, dr.Peter.
Provo a sintetizzare: "Le risposte che cerchiamo, indipendentemente dal sesso che ci contraddistingue, hanno l'universo dentro. Non serve un genio dell'economia per i capire che i jeans hanno voglia di correre e che la nostra stella è un ombelico. Ti amo."
Mi scusi, non volevo essere irriverente...
Il post è lieve e intrigante insieme, scritto benissimo, con un'immagine stupenda. Complimenti.

Doctor Peter and Mister Hook ha detto...

@Giuseppe - Grazie per la considerazione. Ci penserò. Buonasera.

@Mari - Complimenti a Lei, Maruzza: la sintesi è ineccepibile, dall'ultima parola alla prima. Grazie della visita, come sempre graditissima. ArrivederLa.