venerdì 22 settembre 2017

Pasticcio d'Autunno

Udite udite! Oggi comincia l'autunno!

Precisiamo: per chi mi leggesse domani, è iniziato ieri; in ogni caso fidatevi, non è la solita bufala. Non posso rivelare le mie preziosissime fonti (se non dietro congruo compenso), ma vi assicuro che è ufficiale, l'estate è finita!


Detto ciò, tra i dolo(ro)si incendi boschivi alle nostre spalle, e gli incombenti capricci pirotecnici di un noto pazzoide nordcoreano, per la stagione appena avviata mi auguro che ad illuminare la Notte - se proprio non si vuole lasciarla in Pace - siano solo eventuali innocui fuochi d'artificio; magari spettacolari come quelli esibiti negli oltre 200 festival che si sono tenuti tra Luglio e Agosto in Giappone, paese particolarmente legato a questo tipo di tradizione.


Ops... scusate, mi correggo: mi dicono dalla regìa che i fuochi d'artificio non sono innocui perché inquinano, e neanche poco... E vabbè, diciamo allora che sono un male minore. E poi sono belli da vedere, per la gioia di grandi e piccini! E comunque io non ho colpa: li ho solo postati qui in formato virtuale, non ho alimentato alcun effetto serra. Come dite? Anche internet contribuisce all'emissione di gas nocivi? Ho capito... Oggi era meglio che restavo a letto. Ad ogni modo, ormai è fatta: buon Capodautunno a tutti!




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Foto Keisuke

sabato 9 settembre 2017

Acrobazie a volo di pesce

Illustrazione di Moebius

A noi umani - sappiamo bene - non piace lasciare le cose come stanno. Fin dai tempi antichi, l'intelligenza che ci contraddistingue si esprime in una sfrenata rivisitazione del mondo che ci ospita. Per necessità innanzitutto (progettare case, strade, mezzi di trasporto e comunicazione, strumenti di lavoro, fino a satelliti e navi spaziali), ma non smettiamo neanche quando potremmo rilassarci: nelle pause dai "lavori socialmente utili", l'intelligenza meramente costruttiva (e nel suo effetto collaterale distruttiva) si abbandona all'immaginazione, intesa come libera fantasia. Nell'universo immaginato la nostra capacità di modellare o rimodellare le cose, ovvero la nostra creatività, può letteralmente spaziare all'infinito; per quanto ci sforziamo di evadere dalla realtà, tuttavia, anche l'astrazione ha i suoi bei limiti. Almeno due.
Il primo limite è facoltativo: lo si può cioè infrangere, ma nella preservazione del nostro benessere è fortemente sconsigliato oltrepassarlo. L'esercizio della fantasia è quanto di più liberatorio si possa sperimentare, e senza dubbio rappresenta la più grandiosa delle abilità mentali note, subito dopo il pensiero; bisogna però evitare di abusarne, e soprattutto fare attenzione a mantenere sempre viva la fiamma di ciò che siamo, perché senza la luce del raziocinio si rischia di scivolare nell'oscurità del subconscio, infestata dall'angoscia e dal peso stesso dell'esistenza. Come bene evidenziò il pittore spagnolo Francisco Goya con il suo opprimente dipinto (acquaforte) del 1797, "Il sonno della ragione genera mostri".


«La fantasia priva della ragione - spiega lo stesso Goya - genera impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie». Anche quando diamo libero sfogo all'immaginazione, quindi, della realtà dobbiamo continuare a mantenere consapevolezza; anzi, una volta declassata (o elevata) al ruolo di risorsa ispiratrice, sarà proprio questa a condurci nello sconfinato regno dell'assurdo. Ed eccoci arrivati alla seconda condizione a cui è soggetta la fantasia, limite questa volta invalicabile, e strettamente legato a una legge già formulata due millenni fa dal poeta e filosofo romano Lucrezio: Ex nihilo nihil fit, ovvero "Dal nulla non viene nulla". Non c'è fantasticheria che non affondi le sue radici nella realtà. Topolino, ad esempio, non esiste; ma i suoi "genitori" - il concetto di roditore e di essere umano che la fervida mente di Walt Disney sfruttò per la sua creatura - abitano nella realtà. Così come vi abitano il leone, la capra ed il serpente che ritroviamo assemblati nel mostro mitologico della chimera (vocabolo che viene utilizzato anche in senso più ampio e figurato proprio a indicare un'utopia).

La Chimera di Arezzo è un bronzo etrusco, probabilmente opera di un'équipe di artigiani attiva in Toscana nella zona di Arezzo, dove fu rinvenuta il 15 novembre 1553. È conservata presso il Museo archeologico nazionale di Firenze. Nel breve spot che segue la possiamo ammirare esposta eccezionalmente a Palazzo Vecchio, in occasione del G7 della Cultura (Marzo-Aprile 2017), e collocata nella Sala Leone X, esattamente dove la volle esibire Cosimo I de’ Medici subito dopo il suo ritrovamento.

E' buffo infine riscontrare come anche Madre Natura, espressione più diretta del concreto, a volte pare abbandonarsi alla fantasia, in una contraddizione che la vede disattendere le stesse ferree regole insite nella sua complessa struttura. Pensiamo ad esempio a una bizzarra commistione tra regno animale e vegetale: esistono alcune specie di orchidee, le cui forme e sfumature riprendono le fattezze di scimmie, insetti e uccelli. Bisogna ammettere tuttavia che si tratta di un accostamento un po' forzato; ma che dire allora del lombrico-lucertola (tale Bipes biporus), che anziché strisciare si muove su due zampe, all'occorrenza utili anche per scavarsi la tana? E come considerare - se non una vera sfida alla nostra letteratura fantastica - il pesce volante?

Il pesce volante (Exocoetidae) è diffuso in tutti gli oceani ed è caratterizzato da pinne pettorali molto lunghe, che gli consentono di librarsi in volo per sfuggire ai suoi predatori. I voli sono brevi (è stato registrato un massimo di 45 secondi), ma ripetuti in serie possono coprire anche centinaia di metri. Un espediente davvero straordinario, che - sebbene gli consenta di non cadere nelle fauci dei pesci più grossi - lo mette a rischio del becco dei volatili, come ben documentato dal bellissimo video che segue.


DOC

mercoledì 23 agosto 2017

Rami, foltezze, mosaici di saggezze

"Vita nello spazio" (foto DOC)

Rispetto, generosità, integrazione, resilienza, umiltà, pace, temperanza, consapevolezza... Non c'è niente che non si possa imparare, dagli alberi. Custodi di qualsivoglia disciplina di studio, oltre che dispensatori d'etica, gli alberi ci danno materia prima per i libri, intesa non solo come carta: proprio come pagine di testo, quelle fronde ci insegnano la storia e la geografia, vi si celano formule matematiche, fisiche e chimiche, testimoniano fenomeni geologici, climatici e astronomici, si prestano alle più alte ispirazioni filosofiche, artistiche e letterarie.
Buoni maestri ma anche maestri buoni, gli alberi non assegnano còmpiti, non infliggono castighi e non pretendono di correggerti: semplicemente si mostrano. Puoi anche parlarci, sanno ascoltare con pazienza e persino tirar fuori le risposte che hai dentro. Se li chiami per nome ti premiano con la sapienza, ma se quel nome ti sfugge non si offendono, non ti giudicano. Puoi arrampicarti o danzargli attorno, assaggiarne i frutti o sedere all'ombra, loro sono sempre lì, pronti ad offrire protezione, cibo e ossigeno, a educarci, ad ispirarci, e a ricordarci che non siamo mai soli.

"Angeli in giardino" (foto DOC)

Per contro, il debito della nostra riconoscenza nei confronti di questi giganti buoni resta tutto da risanare, visto che - per mille motivi tutti ingiustificati - continuiamo ad infierire sull'ecosistema. Prima ancora, forse, dovremmo far pace tra di noi: finché non saremo capaci di instaurare una convivenza sostenibile, necessariamente solida e duttile al tempo stesso, ma soprattutto pacifica all'interno della nostra società, difficilmente potremo entrare in piena sintonia con le altre forme di vita.
Anche in questo, proprio dalle nostre "vittime", gli alberi, dovremmo prendere esempio. Specie estremamente differenti tra loro sono in grado di condividere il medesimo terreno nel massimo rispetto reciproco, da buoni vicini e in perfetto equilibrio con l'ambiente circostante. Nessun gioco di potere nè lotta di classe, nei loro piani: non vedrai mai due alberi contendersi un confine, accapigliarsi per le risorse minerali o imporre delle regole; se due esemplari sono costretti al contatto ravvicinato, per quanto diversi tra loro il sodalizio è immediato, e non è raro riscoprirlo in un commovente abbraccio senza tempo:

"Chiome affettuose" (foto DOC)

Esistono poi modelli di simbiosi così ben orchestrati da mettere in imbarazzo persino gli scienziati, spiazzati dalle intelligenze superiori che ne dirigono la "musica". Un fenomeno tra i più singolari - notato per la prima volta un secolo fa, ma ancora oggi oggetto di studio - è il cosiddetto "crown shyness", traducibile come "timidezza delle chiome".
Diffuso prevalentemente tra alberi della stessa specie, ma osservabile anche tra specie diverse, questo prodigio fa sì che i rami di ciascun albero non entrino mai in contatto con quelli degli alberi adiacenti; la "distanza di sicurezza" - o se vogliamo "di cortesia" - che mantengono tra di loro disegna così dei veri e propri mosaici di chiome ben definite, con un sorprendente effetto finale che può essere descritto e apprezzato appieno solo attraverso le immagini (foto dal web).



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martedì 1 agosto 2017

Spie come noi (prima visione assoluta)


Fin dalla notte dei tempi, e senza soluzione di continuità, l'approccio più immediato tra due estranei che si incrociano per la via è assicurato dallo sguardo occasionale. Interfaccia in comodato d'uso gratuito, l'occhiata - apparentemente distratta - mette in moto tutta una serie di processi mentali che del destinatario, in brevissimo tempo, ci consente di elaborare un profilo: grossolano, improvvisato e del tutto soggettivo, ma sufficiente a non farci cogliere impreparati.
A sguardo puntato, nel caso in cui l'incontro non sia dei più fortunati, un innato istinto di sopravvivenza induce infatti a prendere rapidamente delle contromisure, come abbassare subito gli occhi per non "sfidare" quelli altrui, accelerare il passo, mascherare la propria vulnerabilità, fino - alle brutte - a optare per un repentino cambio di direzione. Lo stesso vale al contrario, quando cioè intravediamo nelle iridi in avvicinamento qualcosa di particolarmente attraente: a quel punto il nostro animo si apre all'accoglienza, e se siamo abbastanza interessati e coraggiosi da voler approfondire, il corpo è pronto a manifestarlo attraverso opportuni segnali, a partire proprio da uno sguardo sostenuto, se non perfino ammiccante.


In realtà, tra il nero dell'incontro sgradito e il bianco del "colpo di fulmine", a farla da padrone, per casistica, è un'ampia gamma di sfumature di grigio. Sono decine, spesso centinaia le istantanee che ci scattiamo reciprocamente con gli occhi ogni giorno, ma la maggior parte di queste ci lascia pressoché indifferenti, tanto da non meritare traccia nella nostra memoria visiva. Tuttavia, anche la più insignificante scintilla concorre a formare la nostra esperienza globale, e - abituato per natura a catalogare meccanicamente qualsiasi cosa si offra alle percezioni - ciascuno di noi, durante la propria vita, tiene aggiornato un personalissimo prontuario di "etichette", utile a rendere i successivi confronti sempre più rapidi ed efficaci.


«Etichettare la gente ci separa», recita lo spot qui sopra; in effetti, la tentazione di scadere nella superficialità, o peggio nella grettezza del pregiudizio, è sempre in agguato. Fortunatamente, l'assortimento di elementi umani è talmente vasto da non lasciarsi inquadrare con tanta facilità; così una semplice passeggiata tra i nostri simili resta dignitosa, e anzi può rivelarsi un'intrigante avventura, se affrontata con adeguato spirito d'osservazione e innocente curiosità.
In quest'ottica, è buffo notare come ognuno adotti un metodo diverso e ben definito nel modulare il proprio contatto visivo con gli altri. Confezionato con il filo dell'esperienza di cui sopra, questo abito (dal latino habitus - modo di essere, disposizione d'animo) è destinato a diventare uno dei tratti più peculiari della nostra personalità.
C'è ad esempio la tipa altezzosa che indossa un patrimonio tra vestiti, gioielli e accessori, e che non ti degna di uno sguardo nemmeno se ti esibisci in un triplo salto mortale sotto i suoi occhi, salvo lanciarti una sprezzante sbirciatina di sbieco dallo spiraglio laterale degli occhialoni scuri, ma solo quando giunge spalla a spalla, così da non lasciarti il tempo di ricambiare, perché per lei sarebbe un affronto troppo oltraggioso da sopportare. Poco male, se pensiamo a quanto possa risultare imbarazzante - al contrario - essere sottoposti di prepotenza ad un esame pressante e sleale, quale ad esempio lo sguardo allupato di un maschiaccio seduto allo squallido bar di periferia, che qualsiasi anima femminile rientri nel suo campo visivo, fosse anche distante due isolati o al decimo piano del palazzo di fronte, la consuma sfacciatamente con gli occhi fino a farla scomparire (stessa sorte che la bocca riserva alla quinta birra, sbrodolandosi).


Stemperando i toni, un buon grado di civiltà fa sì che la stragrande maggioranza degli sguardi donati sia rispettosa, a patto di essere noi per primi a darci un contegno. Tanto diffuso quanto inoffensivo, è ad esempio l'atteggiamento omologato di chi - preso da mille pensieri e commissioni da sbrigare - inserisce il "pilota automatico": passo da Super Mario, un'occhiata a sinistra, una dove mette i piedi, una a destra, una a te che gli vai incontro (o al palo da scansare); e poi di nuovo sinistra, basso, destra, avanti... un ciclo che si ripete in un loop oculare praticamente infinito, atto a distribuire la stessa dose di attenzione a qualsiasi cosa, animale o persona si trovi nei paraggi, in modo da lasciare la testa più libera per altri scopi, ovvero diversamente impegnata.
Una minoranza fuori controllo - ma proprio per questo degna di nota - è rappresentata invece da chi ti fissa con ostinata insistenza (e relativo sgarbo, ma non ci è dato sapere se consapevole) senza lasciar trasparire il minimo indizio sul motivo di tale condotta, fino a costringerti a fare altrettanto, per cercare di capire se si tratti di una persona che hai conosciuto (ma che non stai ri-conoscendo); o ti chiedi se sei davvero così affascinante da meritare tanta attenzione da parte di quell'estraneo (ma peccato che lui/lei non sia mai il tipo che fa per te); oppure pensi di avere qualcosa che non va, tipo un dettaglio fuori posto o una mosca sul naso... E invece no: pare che il compito di questi alieni infiltrati nella società sia solo quello di appiccicarti un sottile disagio per il resto della giornata.


Rientrando alla base, se mettiamo da parte la forma e ci concentriamo un attimo sull'essenza, va ricordato che uno scambio di sguardi può trasformarsi in scambio di vedute, e successivamente evolvere in scambio di corpi, se non addirittura completarsi in uno scambio di vite. Prima che dei nostri genitori, siamo figli del loro primo sguardo: non meno prezioso del cibo, dell'acqua, e dell'ossigeno, quindi. Ma nell'epoca attuale, quello che in apertura ho definito come la più antica, immediata e diffusa forma di socializzazione tra due estranei, per la prima volta soffre una fase di oscuramento.
La minaccia viene dal dilagante fenomeno battezzato "smartphone walkers": etichetta che identifica quanti, camminando a occhi bassi e mente rapita, si lasciano "trasportare" unicamente dal display del cellulare. Prassi in costante aumento, così come il numero degli incidenti che ne deriva: non a caso, in Olanda stanno sperimentando un'apposita segnaletica luminosa pedonale, mentre a Honolulu il sindaco è corso recentemente ai ripari emettendo una serie di divieti con relative sanzioni, e c'è da aspettarsi che altri suoi colleghi prendano esempio. Di fronte a un trend a cui ci si può solo arrendere, si tenta insomma di limitare i risvolti maggiormente nocivi.
Tornando a noi, a risentirne più in generale è il contatto umano, fisico, in questo caso per l'appunto visivo: un'alchimia, una poesia, una magia tanto complessa quanto indispensabile, che riconduce direttamente al Creato e che nessuna tecnologia al mondo sarà mai in grado di rimpiazzare o di riprodurr... Ehm, scusate l'interruzione, ma devo lasciarvi: mi chiamano in videochat. Ho aggiornato l'app con le nuove funzionalità emozionali e non vedo l'ora di provarle... Magari ne riparliamo, okay? Non perdiamoci di vista!


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